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Notizia del 06/12/2018

«Non conosco nessuno che stia investendo». Edoardo Nesi, scrittore pratese, ha creato la figura di Ivo Barrocciai che ritorna più volte nei suoi libri e gli serve per raccontare i fasti ma anche la solitudine del mestiere di imprenditore. «Quelli che conoscevo io, a fine serata restavano a guardare i loro macchinari con un senso di orgoglio, vedevano una costruzione che funzionava grazie ma anche senza di loro. Ecco questa figura si va perdendo. C’era la sensazione di contribuire a un sistema sociale e oggi non più». Secondo Nesi l’imprenditore medio nella stagione del populismo vive dentro un’incertezza totale, ha persino paura di dire come faceva una volta, «noi si sostiene 50 famiglie». Ma come si è originata questa situazione? La spiegazione più semplice sta nella grande discontinuità rappresentata dal populismo e dall’arrivo di Luigi Di Maio sulla doppia poltrona dello Sviluppo economico e del Lavoro. Se i 5 Stelle avevano creato le premesse del loro straordinario successo sostanzialmente sull’antipolitica e sulla critica violenta della Casta, con lo sbarco al governo la ricerca del capro espiatorio si è spostata e nel mirino sono entrati gli imprenditori. Come se il populismo di governo avesse bisogno di tanti Malaussène (il personaggio frutto della fantasia di Daniel Pennac, ndr) e li abbia trovati. Certo il crollo del ponte Morandi ha in qualche modo amplificato quest’operazione e le feroci polemiche contro la società Autostrade sono state un format che ha visto varie repliche. L’ultima ha avuto come bersaglio le agenzie private del lavoro inchiodate al muro con l’accusa di incarnare «il nuovo caporalato». La parola chiave del racconto di Di Maio è diventata «prenditori» per indicare un imprenditore che sfrutta, vuole delocalizzare, famelico di incentivi pubblici. E comunque visto che l’offensiva del bi-ministro è iniziata con il tavolo dei rider possiamo già stilare un primo bilancio: non si è concluso niente di concreto per regolare prestazioni e diritti dei ciclofattorini e nel frattempo però uno dei maggiori player del settore, la tedesca Foodora, ha fatto quello che aveva minacciato: ha venduto e se ne è andata dall’Italia.


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